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Lo statuto albertino

Lo Statuto albertino, concesso da Carlo Alberto nel 1848, ha caratterizzato, oltre all'ultima parte dell'esperienza del Regno di Sardegna, anche tutta la vita del Regno d'Italia.

La carta costituzionale concessa da Carlo Alberto dev'essere inquadrata nella stagione nota come "Primavera dei popoli", la serie di eventi che ha caratterizzato il 1848. In Italia, come del resto in molti Paesi d'Europa, vi era un gran fermento rivoluzionario e quando a Torino si venne a sapere che il re Ferdinando II di Borbone, sotto la pressione popolare, aveva concesso una Costituzione, la medesima richiesta venne avanzata al re Carlo Alberto. Nel volgere di un mese anche il granduca di Toscana, Leopoldo II, e lo stesso papa Pio IX avrebbero a loro volta elargito concessioni analoghe.

Concessioni, appunto. Lo Statuto albertino si presenta come una costituzione "octroyée", ossia concessa per volontà del sovrano. Il re emana il provvedimento «con lealtà di Re e con affetto di padre», come si può leggere nel preambolo. Lo Statuto si presenta come una "costituzione flessibile", ossia una disposizione che può modificata con le medesime procedure di una qualsiasi legge dello Stato. Ed infatti rimarrà in vigore pur nelle mutate condizioni dello Stato liberale, prima, e della dittatura fascista, poi. I principi a cui il sovrano sardo si ispirò erano quelli che avevano animato l'ascesa di Luigi Filippo d'Orleans in Francia, anche se, quando lo Statuto venne concesso, la rivoluzione parigina aveva già spazzato via la monarchia di luglio.

Lo Statuto riconosce ancora la religione «Cattolica, Apostolica e Romana» come religione di Stato. Ma proprio nel 1848 due importanti minoranze piemontesi, come i valdesi e gli ebrei, ottennero il riconoscimento dei propri diritti.

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