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Gli anni Cinquanta: si muovono i moderati

Le rivoluzioni del 1848-49, le speranze nutrite dai patrioti, gli obiettivi dell’ala più democratica e progressista del Risorgimento ricevettero un durissimo colpo per via della sconfitta subita da parte delle forze della reazione.

Apparentemente, guardando all’Italia del 1850, tutto il sangue versato era scorso invano. I vecchi sovrani erano stati restaurati sui propri troni, molti patrioti erano stati uccisi o condannati a morte, erano in carcere, oppure erano stati costretti all’esilio. Ma due fattori contribuirono, negli anni Cinquanta, a mantenere vivo il progetto e la speranza dell’Italia unita. La sempre più irrefrenabile manifestazione di una coscienza nazionale, da un lato, e la permanenza del Piemonte sabaudo tra i sostenitori del progetto risorgimentale, dall’altro.

Nel fronte democratico, forse quello più colpito dall’insuccesso delle insurrezioni, si consumò un profondo dibattito circa la migliore forma di organizzazione sia della rivoluzione nazionale, sia dello Stato che ne sarebbe seguito. Le due posizioni attorno alle quali si focalizzò l’attenzione dei democratici furono il repubblicanesimo unitario di Mazzini e la versione federalista di Cattaneo. Intanto, personaggi come il filosofo Giuseppe Ferrari e il patriota Carlo Pisacane iniziavano a porre l’accento in maniera sempre più significativa sulla questione sociale che, a parer loro, andava indissolubilmente legata alla questione nazionale.

Mazzini, abbandonata l’esperienza della Giovine Italia, fondò il Partito d’azione, una rete cospirativa animata dalla stessa fede repubblicana del suo promotore. Nuovamente, però, ai democratici non arrise la vittoria: le forze della reazione riuscirono a sventare il pericolo, i fallimenti si susseguirono uno dopo l’altro. Tra questi si annovera la sfortunata esperienza dell’insurrezione di Sapri (1857), nella quale un drappello di patrioti guidati da Pisacane trovò la morte.

Sull’altro fronte, quello moderato, abbandonate ormai le speranze che alcuni avevano riposto nel papato, la Prima guerra d’indipendenza aveva, in ogni caso, colpito anche il prestigio della monarchia sabauda. La sconfitta nella “fatal Novara” aveva addirittura portato Carlo Alberto all’esilio. Il nuovo re, Vittorio Emanuele II, si trovò a dover affrontare la difficile situazione postbellica, ma poté continuare a contare sullo Statuto albertino, l’unica Costituzione del 1848 che sopravvisse alle sconfitte.

La monarchia costituzionale sabauda divenne così punto di riferimento per numerosi patrioti, molti dei quali emigrarono a Torino. Ma il fascino della monarchia sabauda, e la sua candidatura a guidare il processo risorgimentale, si deve innanzitutto ad alcuni collaboratori e ministri di notevole levatura. Tra questi, sicuramente, primeggia Camillo Benso di Cavour.

Già ministro nel gabinetto D’Azeglio, Cavour diventò presidente del consiglio, la prima volta, nel 1852. Convinto sostenitore della necessità, per gli Stati sardi, di procedere speditamente sulla strada dello sviluppo economico, l’azione politica del conte fu sempre volta a un progresso che, però, evitasse la rivoluzione sociale.

Il capolavoro politico di Cavour fu, innanzitutto, diplomatico. Il conte inserì il piccolo Regno che governava nel contesto delle alleanze europee. Decise di partecipare alla vittoriosa guerra di Crimea, inviando, nel 1855, un corpo di spedizione agli ordini del generale La Marmora. Dopo la fine della guerra, Cavour, che al Congresso di Parigi del 1856 sedeva tra i vincitori con francesi e inglesi, riuscì a imporre la questione italiana, per la prima volta, all’attenzione di un consesso internazionale. Il Regno di Sardegna si legò quindi sempre di più alla Francia di Napoleone III e, nel 1858, a Plombières, Cavour firmò con lo stesso imperatore dei francesi, un’alleanza destinata ad aprire la strada alla Seconda guerra d’indipendenza.