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Gli anni Quaranta: ancora insurrezioni, ancora sconfitte

La vittoria delle forze della Santa Alleanza nell’ultima tornata di moti, quelli del 1831, pur assestando un duro colpo alle organizzazioni carbonare e all’interomovimento patriottico, non ebbe effetti duraturi.

Già nello stesso 1831, infatti, Giuseppe Mazzini, esule a Marsiglia, lanciava il programma della Giovine Italia, associazione insurrezionale di stampo repubblicano destinata ad animare per anni la lotta per l’indipendenza nazionale. E fin dalla metà degli anni Trenta molti adepti dell’associazione mazziniana avevano tentato, senza successo, l’insurrezione negli Stati sabaudi.

La riflessione circa i fallimenti dei moti carbonari aveva convinto Mazzini a elaborare una strategia insurrezionale basata su una visione “messianica” e fortemente fideistica del processo risorgimentale. Il popolo doveva essere coinvolto, essere educato a una riforma morale che lo preparasse a non avere padroni, a gestire se stesso in una repubblica indipendente e unitaria: solo così avrebbe potuto rispettare la missione che Dio stesso gli aveva preparato. I moti non dovevano più, quindi, essere testimonianza della passione patriottica di alcuni “illuminati”, bensì una manifestazione pubblica di un ideale politico popolare e repubblicano. Niente più struttura settaria, nessun codice misterioso condiviso soltanto da pochi adepti, nessuna segretezza circa obiettivi e scopi perseguiti: bisognava ricercare il coinvolgimento popolare, occorreva che fosse il popolo a conquistare l’Unità.

Dio e popolo”, erano questi i due punti di riferimento che animavano pensieri e azioni di Mazzini e degli affiliati alla Giovine Italia. E questo fu al contempo uno dei più diffusi motti del Risorgimento.

Tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta le azioni insurrezionali vennero, di fatto, monopolizzate dai mazziniani, anche se non sempre si svolsero sotto la sua diretta organizzazione (e, a volte, non ebbero neppure la sua approvazione). Lo Stato pontificio, oltre al Regno delle Due Sicilie, era tra i principali obiettivi degli insorti.

Improntata al mazzinianesimo fu, ad esempio, la tentata insurrezione emiliano-romagnola, scoperta e sventata prima di poter essere realizzata, del 1843. O, ancora, la sfortunata esperienza di Attilio ed Emilio Bandiera, due fratelli veneziani ufficiali della Marina austriaca che, dopo aver disertato, nel 1844 si recarono in Calabria, nella speranza di riuscire a innescare un moto di rivolta contro il malgoverno borbonico. Ma il popolo non li comprese: scambiati per briganti, braccati dalla polizia e dalla popolazione locale, traditi da un compagno, i due fratelli e lo sparuto drappello di insorti vennero infine fucilati.

Altro episodio fu quello di Rimini nel 1845, quando, dopo aver preso possesso della città, gli insorti redassero un proclama, steso da Luigi Carlo Farini, meglio conosciuto come Manifesto di Rimini. Nel proclama si poteva leggere una sferzante critica allo Stato pontificio, le cui leggi e istituzioni erano additate come esempio di malgoverno.

Tutti questi fallimenti gettarono discredito sulle reali possibilità del mazzinianesimo politico di condurre una lotta vincente al fine della liberazione dell’Italia dallo straniero e della sua indipendenza.

Nuovi protagonisti avrebbero ben presto criticato e messo in discussione l’opzione mazziniana e repubblicana del Risorgimento, elaborando e facendo circolare nuove teorie e, infine, passando all’azione. Ma Mazzini e i suoi ideali non sarebbero scomparsi, anzi avrebbero ancora recitato una parte fondamentale sulla strada per l’Unità.