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Camillo Benso di Cavour: il potere delle idee, l’abilità della politica

Studiare, applicarsi, conoscere, formarsi. Cercando nella storia dell’Italia unita un politico che rispecchi queste qualità, sicuramente il pensiero corre a Camillo Benso conte di Cavour.

Da buon rampollo della nobiltà, negli anni della Restaurazione intraprese la carriera militare, raggiungendo il grado di ufficiale del Genio. Ma non era in divisa il suo futuro.

Colto, lettore assiaduo di Rousseau e Bentham, intraprese una serie di viaggi di formazione nei due paesi che riteneva i fari della modernità: la Francia e l’Inghilterra. Di quest’ultima ammirava lo straordinario processo di industrializzazione e le teorie liberiste che ne animavano lo sviluppo economico. Della Francia, invece, considerava esemplare il governo liberale instaurato da Luigi Filippo d’Orleans dopo la rivoluzione del 1830. Liberalismo politico e liberismo economico, di cui il conte seppe dare una propria interpretazione originale, sarebbero in effetti diventati punti di riferimento dell’azione di Cavour. Si dedicò con successo alla conduzione delle aziende agricole di famiglia, nel Vercellese, poi puntò alla carriera politica. Nel 1847 fondò, con Cesare Balbo, il periodico «Il Risorgimento», da cui emergeva come un conservatore che propugnava riforme economiche e sociali, preferendo queste alle sommosse.

Nel 1848 conquistò un seggio alla Camera dei Deputati. L’ascesa politica di Cavour fu tanto veloce quanto strabiliante. Ministro nel 1850, dopo aver stretto un accordo con il “Centro Sinistra” guidato da Rattazzi (il cosiddetto “connubio”), nel 1852 diventava, per la prima volta presidente del Consiglio dei ministri. Cavour poté quindi procedere sulla strada della modernizzazione degli Stati sabaudi, nella costruzione di importanti  infrastrutture ferroviarie e viarie, nel miglioramento dell’agricoltura. La sua azione politica si caratterizzò per la fede nella necessità di approdare alla laicizzazione delle istituzioni, come testimoniò il motto “libera Chiesa in libero Stato” utilizzato dal conte nel primo discorso di fronte al Parlamento nazionale del 1861.

L’eccellente abilità diplomatica fu una delle sue doti migliori. La sconfitta subita nella guerra del 1848-49 l’avevano convinto che senza l’appoggio di qualche potenza straniera sarebbe stato impossibile sconfiggere l’Austria. Si legò così alla Francia di Napoleone III e al Regno Unito, nazioni a fianco delle quali il Regno di Sardegna combatté, e vinse, la guerra di Crimea. Probabilmente ciò che accadde alla fine degli anni Cinquanta (Seconda guerra d’indipendenza e, soprattutto, spedizione dei Mille) superò le sue stesse previsioni. Ma il conte ebbe il merito di saper governare gli eventi, garantendo al Paese quell’Unità che il Parlamento subalpino avrebbe solennemente proclamato il 17 marzo 1861.

Gli impegni della politica, il rapporto conflittuale con il sovrano e con gli avversari politici – Mazzini e Garibaldi su tutti –, il lavoro intenso, nonché l’amore per la buona tavola “consumarono” il conte. La vita di Cavour si sarebbe precocemente interrotta – pare per via della malaria – appena poche settimane dopo quel 17 marzo. Il 6 giugno Torino e l’Italia seppero che il primo presidente del consiglio del Regno era morto all’età di 51 anni.