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Bibliografia risorgimentale essenziale

Il racconto del Risorgimento nella letteratura italiana va sotto uno dei suoi tratti distintivi migliori, quello che la attraversa in altre epoche (da Marco Polo e Casanova a Primo Levi): l'autore è compromesso con i fatti che racconta, per quanto li rielabori e ne costruisca una narrazione per figure, resta prepotente il valore testimoniale, di autobiografia in pubblico, autoritratto collettivo.

Il Risorgimento è raccontato per partecipazione diretta, secondo memoria e riflessione, con la sola distanza del tempo vitale, quello dell'autore patriota (così come in pittura avvenne che Induno, Pagliano, Faruffini, Cammarano fossero patrioti-soldati-pittori che dipingevano cose viste e patite).


Amarezze e prigionie per cominciare (quaderni del carcere insomma) i dieci anni tra i Piombi e lo Spilberg del carbonaro Silvio Pellico, raccontati a caldo non appena liberato nel 1831; e di poco successivo il  Manoscritto del prigioniero del livornese Carlo Bini, in anticipo nel preoccuparsi, mentre era recluso a Portoferraio, dei "diritti civili" che dividono ricchi e poveri, uomini e donne; oppure le Ricordanze pubblicate postume, nel caso di Luigi Settembrini, scritte in gran parte durante l'ergastolo in cui è commutata la sua pena di morte, tra deportazioni, fughe, esili.

È poi centrale la memorialistica in presa diretta del garibaldino Giuseppe Cesare Abba, le cui Noterelle – promosse da Carducci – anche se redatte nella luce del ricordo, a oltre venti anni dai fatti, restano oggi uno dei documenti più vitali della spedizione dei Mille, con il tratto immediato della cronaca e dell'impressione; affiancati, e superati forse, solo dal racconto del luogotenente di Garibaldi, ferito a Calatafimi, Giuseppe Bandi, figura straordinaria di patriota e giornalista che combatterà anche a Custoza e fonderà «Il telegrafo» (l'attuale «Il Tirreno»). Il suo libro sarà pubblicato dopo la morte – avvenuta nel 1894 sotto le pugnalate dall'anarchico Oreste Lucchesi – con il titolo I Mille. Da Genova a Capua. Come Abba, anche Bandi ripercorre tappa dopo tappa avventure alle quali avevano entrambi preso parte poco più che ventenni, scarabocchiando allora appunti di diario, ma restituisce in più l'intimità di chi si trovò a viverle "dimesticamente" accanto al generale, in una moltitudine di dialoghi e di incontri (tra cui spicca quello con Dumas), battaglie, retroscena e aneddoti minuti, con acutezza di lingua e tratti di un'analisi ravvicinata. Un libro che capiterà tra le mani di Luciano Bianciardi bambino (un dono del padre: Bandi era di Gavorrano, paese poco distante dalla Grosseto dello scrittore della Vita Agra) segnandone la passione civile in maniera sotterranea e poi esplicita: sarà lui a insistere con l'editore Parenti per la ripubblicazione nel 1955 e firmerà poi la prefazione all'edizione Mondadori del 1961. Bianciardi scriverà una biografia di Garibaldi e diversi romanzi storici di ambientazione risorgimentale tra cui spicca La battaglia soda del 1964, che fa della gestazione nazionale allegoria dell'attualità. Siamo a poca distanza dalla Liberazione in pieno boom e Bianciardi ripercorre le avventure di Bandi come le tappe di una rivoluzione mancata, lo sottolinea nella prefazione il suo amico artista Emilio Tadini, che l'anno precedente aveva pubblicato il suo primo romanzo – L'armi, l'amore – dedicato a Pisacane (e sua moglie Enrichetta).

Ma questi sono romanzi, come anche quello di Anna Banti, Noi credevamo, a cui si ispira l'omonimo film di Mario Martone, che per molti versi sono suscitati anche dalle celebrazioni del centenario (escono negli anni Sessanta), e quindi si incaricano di tracciare una messa in scena delle illusioni, il bilancio di un Paese mancato. Intenzione invece sconosciuta a quella che resta la migliore delle narrazioni sull'epoca risorgimentale, perché ancora mantiene intatte le speranze del suo autore: che l'Italia potesse migliorare per l'azione degli italiani!

Confessione - nel titolo - è difatti quella di Ippolito Nievo, che si fa romanzo storico di una vita da patriota, attraverso ottanta anni di storia, ma non trova il tempo di farsi leggere in vita perché Ippolito muore nel naufragio del vapore Ercole di ritorno dalla Sicilia con i documenti amministrativi della spedizione (vicenda alla quale il pronipote Stanislao Nievo dedicherà cento anni dopo un romanzo, Il prato in fondo al mare, frutto di appassionate ricerche). Nievo aveva partecipato anche alla campagna del 1859 tra i cacciatori della Alpi, aveva scritto un Giornale delle spedizione in Sicilia e opuscoli politici come il Frammento sulla rivoluzione nazionale.

Incompiuto quest'ultimo così come memoriale incompiuto è l'autobiografia del "generale dei briganti" Carmine Crocco (detto Donatelli o Donatello), che scrive l'incipit del suo Memoriale "il giorno 27 marzo del 1889, dal bagno di Santo Stefano", dove sconta la sua pena per aver condotto l'aspra guerra antisabauda in Basilicata. Da leggersi per l'immagine dello sbando in cui versa il Meridione, in una lotta di poveri e mercenari, disperati che militano prima nelle file di Garibaldi, poi con la resistenza borbonica, per una lunga interminata normalizzazione che mieterà un numero incredibile di vittime.

Anche Giovanni Verga, appena quindicenne, proverà a scrivere un romanzo di ardori risorgimentali, che resta però incompiuto, Amore e patria. Mentre poi con la "novella rusticana" Libertà lascia una pagina emblematica e amarissima nella descrizione puntuale della rivolta di Bronte e dell'eccidio dei contadini: alla fine tutto resta come prima, i signori al loro posto, i poveri più poveri di prima.

I Vicerè di Federico De Roberto e I Vecchi e i giovani di Luigi Pirandello sono i primi due romanzi che raccontano apertamente "il fallimento" delle attese risorgimentali, nell'inettitudine della classe dirigente, nella mancanza di trasmissione sana tra le generazioni e nel divario sociale incolmabile tra le classi, proprio in quella regione dove i destini dell'unificazione sembrano prima farsi e poi irrimediabilmente disfarsi, insomma come non potesse nascere del buono da una storia piena di ambiguità, tradimenti, punti oscuri.
Entrambi romanzi "familiari" e siciliani come Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a cui è affidata l'immagine che è forse diventata la più popolare della trasformazione storica italiana, a cui se ne affiancherebbe una sociale soltanto simulata, quel "cambiar tutto affinché nulla cambi veramente". Ma sono gli occhi cinici e malinconici di chi può guardare la storia dalla posizione "principe", quando un affresco dal basso era stato mirabilmente realizzato, e prima del Gattopardo, solo da Francesco Jovine con il suo Signora Ava (1942). Anche qui una zona rurale e "arretrata" del Paese come il Molise, ma i protagonisti sono presi dal basso nei bassi ingranaggi della storia, perché sono contadini e preti girovaghi.

Da ultimo sono tornati due autori contemporanei, Antonio ScuratiUna storia romantica – e Giancarlo De CataldoI traditori –, a cimentarsi con il genere del romanzo storico di epoca risorgimentale: nel colore dello sceneggiato avvertiamo tutta la distanza da quelle esistenze che sentivano di interpretare in maniera alta il loro significato di stare al mondo partecipando dell'avvenire del proprio Paese.