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L’Unità si compie in due mosse: la spedizione dei Mille

Il 1859 era stato il grande anno dell’azione dei “moderati”: la Seconda guerra d’indipendenza aveva innescato una serie di cambiamenti che avevano, di fatto, dato origine al Regno del Nord.

Ma quella campagna si era bruscamente interrotta a Villafranca di Verona, e non per volontà di Cavour o di Vittorio Emanuele II. La scelta fu unilateralmente compiuta da un sovrano straniero, Napoleone III. Storia già vista in Italia.

Ora toccava ai democratici tentare la riscossa. Dai tempi della Repubblica romana, il mazzinianesimo politico era in crisi, gravato dai numerosi fallimenti e oscurato dai successi della politica di Cavour e dei Savoia. Restava la carta di Garibaldi. Il nizzardo, tuttavia, mazziniano di vecchia data, tentennava: solo l’esplicito appoggio del Regno di Sardegna lo avrebbe convinto infatti a tentare un’impresa che, agli occhi di molti, era destinata a sicuro fallimento: rovesciare il Regno delle Due Sicilie.

Cavour prendeva tempo, preoccupato di poter irritare l’alleato francese con un colpo di mano. I mazziniani, Rosolino Pilo e Francesco Crispi in testa, organizzarono la sollevazione popolare in Sicilia. Garibaldi, sottoposto a sempre più pressanti richieste, accettò d’intervenire. Cavour, sotto traccia, acconsentì.

Due piroscafi, il Piemonte e il Lombardo, salparono da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860. Garibaldi aveva raccolto un migliaio di volontari, metà dei quali lombardi. Alcune soste, e l’11 maggio i Mille sbarcarono, non senza sfruttare abilmente la “copertura” assicurata da vascelli inglesi, a Marsala. Pochi giorni dopo, i garibaldini, cui si aggiunsero subito alcune centinaia di “picciotti”, incontrarono l’esercito borbonico a Calatafimi. Nonostante la loro inferiorità numerica, la vittoria arrise alle “camicie rosse”. La strada per Palermo era spianata. Garibaldi, già autoproclamatosi “dittatore della Sicilia per conto di Vittorio Emanuele re d’Italia”, entrò nel capoluogo siciliano. L’isola intera, nel volgere di poche settimane, cadde nelle sue mani.

Garibaldi si preparava nel frattempo a sbarcare sul continente. Quando mise piede in Calabria, alla testa di circa 20.000 uomini, si era lasciato alle spalle un governo in cui si distinguevano personalità del calibro di Agostino Depretis e Francesco Crispi ed enormi aspettative di riforma economica e sociale.

La risalita del continente fu più facile del previsto e, dopo essere entrati trionfalmente in una Napoli festosa e ormai abbandonata da Francesco II di Borbone, ritiratosi a Gaeta, i volontari garibaldini, sempre più numerosi, attaccarono l’esercito delle Due Sicilie sul Volturno. Fu l’ultima battaglia dell’impresa dei Mille. E fu, nuovamente, un successo per Garibaldi.

Cavour, intanto, aveva rotto gli indugi. Il Regno del Nord aveva invaso gli Stati pontifici e affrontato l’esercito papale a Castelfidardo. Dopo la vittoria, l’esercito sabaudo andò a sud, verso Garibaldi vittorioso. L’incontro tra il generale e re Vittorio Emanuele II avvenne nei pressi di Teano il 26 ottobre. Di fatto, a partire da quel momento, il Savoia avrebbe potuto fregiarsi del titolo di “re d’Italia”.

Il rapporto tra i due grandi personaggi del Risorgimento aveva in serbo ancora una pagina, l’ennesima, di incomprensione. Il 6 novembre i garibaldini, schierati alla Reggia di Caserta, aspettavano il re, ma questi non si fece vedere. Il 7 novembre Vittorio Emanuele II faceva la sua entrata trionfale a Napoli. Garibaldi decideva, invece, di ritirarsi in esilio volontario a Caprera.

Finiva così l’avventura dei Mille.