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Le origini: dalle Repubbliche giacobine alla caduta di Murat

Alla fine del Settecento, insieme alle baionette francesi, irruppero in Italia i principi della Rivoluzione francese.

Nel “triennio rivoluzionario” (1796-99) – con l’esperienza delle Repubbliche giacobine (le Repubbliche cispadana e traspadana del 1796, poi unite nella Repubblica cisalpina nel 1797, la Repubblica romana del 1798-99 e la sfortunata Repubblica napoletana del 1799) – si pose per la prima volta il problema dell’unità della nazione. Nel 1797 fu proprio la Repubblica cispadana ad adottare il tricolore che poi sarebbe divenuto la bandiera dello Stato unitario.

Alla notizia della sconfitta della Grande Armée e dell’imperatore dei francesi il sistema di potere stabilito dai sodali di Napoleone collassò. Nella penisola soltanto il Regno di Napoli, retto dal cognato di Napoleone Gioacchino Murat, tentò di sopravvivere alla caduta di Bonaparte. Murat, che era stato compagno d’armi del grande condottiero corso, dopo il passaggio del fratello di Napoleone, Giuseppe, dal trono di Napoli a quello di Spagna, aveva ricevuto la corona partenopea nel 1808.

Sotto la sua guida il Regno di Napoli, come gli altri Stati dell’Europa napoleonica, prese parte alla campagna di Russia, l’evento militare che, di fatto, decretò la fine del potere di Bonaparte. Dopo la sconfitta, e il primo esilio di Napoleone all’Elba, Murat tentò l’accordo con l’Austria, per tornare a schierarsi con il cognato durante i Cento giorni.

Dichiarata guerra all’Austria, il destino del regno di Murat sarebbe stato deciso nella battaglia di Tolentino (maggio 1815) vinta dalle truppe asburgiche. Proprio prima della decisiva offensiva, Murat, da Rimini, emanò il famoso proclama del 30 marzo.

Ed è con l’accorato appello alle popolazioni d’Italia per la creazione di un fronte comune con il re di Napoli, nell’intento di contrastare lo straniero – l’Austria, che stava ponendo sotto il proprio controllo la penisola intera – che sancirà l’apertura di quell’ampio dibattito che avrebbe animato tutto il Risorgimento:

«Italiani! L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti destini d’Italia. La provvidenza vi chiama in fine ad essere una nazione indipendente. Dall’Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: l’indipendenza d’Italia. Ed a qual titolo popoli stranieri pretendono togliervi questa indipendenza, primo diritto, e primo bene d’ogni popolo?».

La carta giocata da Murat si sarebbe tuttavia rivelata decisiva soltanto il 17 marzo 1861, quarantasei anni dopo il Proclama. L’indipendenza d’Italia si sarebbe infatti realizzata, ma sotto altre bandiere, quelle dei Savoia, e in un contesto storico completamente diverso.

Il tentativo di Murat, ormai indebolito e privo dell’appoggio dell’importante e ingombrante cognato, si rivelò fallimentare: sul campo di battaglia, la speranza di vittoria contro l’esercito austriaco era infatti assai vana. Piegato politicamente e militarmente, dopo la battaglia di Tolentino, Murat, camuffato e braccato, fu costretto a espatriare.

Quando si decise a tornare nel Meridione per rivendicare il suo trono, confidando nella sollevazione del popolo, si trovò di fronte a tutt’altra solidarietà: sbarcato a Pizzo Calabro nell’ottobre successivo, Murat venne preso e fucilato con i suoi sodali. Le guerre napoleoniche erano definitivamente finite.

La parabola umana e politica di Murat si concluse così: sconfitto sul campo, abbandonato dal popolo, ucciso. Ma il suo breve regno, proprio grazie al Proclama del marzo 1815, segnò le sorti d’Italia per tutto il cinquantennio successivo.