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Viva lo re e viva il papa: gli avversari dell'Italia unita

L’unità d’Italia, sogno e progetto dei pensatori e dei patrioti che, spesso, si sacrificarono per questo ideale, si realizzò nel breve volgere di pochi anni.

Ma un fenomeno storico di questa portata non poteva certo trovare unanime consenso né adesioni incondizionate da parte di tutto il mondo culturale e della stessa società civile della penisola.

Negli anni successivi al 1861 furono soprattutto due i nodi cruciali attorno ai quali divampò la polemica pubblica del neonato Regno: la questione meridionale e la questione romana.

La questione meridionale rappresenta forse il lascito di lungo periodo più pesante tra quelli ereditati dal Risorgimento. Quando le truppe garibaldine strapparono il Sud al controllo dei re Borbone, l’aspettativa popolare di liberazione dal giogo del latifondismo baronale era altissima. Aspettativa che, sotto molti aspetti, andò delusa. Furono gli stessi luogotenenti di Garibaldi, Nino Bixio in particolare, a manifestare l’intenzione di non assecondare le richieste del popolo e, a Bronte, nel Catanese, già nell’agosto del 1860 alcuni rivoltosi vennero giustiziati da un tribunale militare garibaldino.

Il dibattito storiografico circa l’accaduto è assai ampio e rende impossibile fornire un quadro completo in poche righe. Resta il fatto che, soprattutto tra il 1861 e il 1865, le province meridionali furono scosse dal brigantaggio. Un fenomeno non nuovo per queste terre, ma cui la corte del decaduto Francesco II, in esilio a Roma, garantì copertura, finanziamento e riparo nel Lazio pontificio per le prime azioni contro lo Stato italiano. Ben presto, però, il motto “viva lo re” lasciò il posto a spontanee rivendicazioni sociali e di insofferenza verso la “piemontesizzazione” forzata messa in atto dai governi nazionali. Il fenomeno divenne endemico.

Dietro di sé, i briganti lasciarono una lunga scia di sangue; essi parvero addirittura minacciare la stessa unità appena conquistata. Ma la risposta dei governi si limitò quasi esclusivamente all’aspetto militare. Oltre 100.000 uomini dell’esercito italiano vennero impegnati nella campagna contro il brigantaggio, comandati da generali quali La Marmora e Cialdini. Fu, a parere di molti, una vera e propria guerra civile che produsse una profonda frattura (che, in parte, giunge fino ai nostri giorni) tra lo Stato, le sue istituzioni e le popolazioni meridionali.

A queste tensioni si aggiunse, per il giovane Regno d’Italia, la profonda sofferenza con cui i cattolici, un insieme di gran lunga maggioritario nel Paese, osservarono la sottrazione del potere temporale ai papi. Dopo la presa di Roma Pio IX si dichiarò “prigioniero politico” dello Stato e pronunciò il celebre “Non expedit” (1874), ossia l’ordine, per i cattolici, di non partecipare alle elezioni politiche e collaborare con le istituzioni dello Stato presunto usurpatore, nonostante da parte italiana fossero state approvate, con la “legge delle guarentigie” del 1871, una serie di misure atte a tutelare l’indipendenza del pontefice.

La polemica tra laici e cattolici, che da allora divampa con varia intensità nel Paese, si attenuò soltanto dopo la Prima guerra mondiale. Con il pontificato di Benedetto XV cessarono le rivendicazioni papali circa il dominio sugli ex territori pontifici e con il concordato del 1929 tra l’allora capo del governo Mussolini e la Santa Sede si stabilirono i primi e duraturi – il Concordato fu infatti salvaguardato dalla Carta costituzionale dell’Italia repubblicana – rapporti tra l’Italia e il Vaticano fondati sul riconoscimento reciproco.